Santo del giorno
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Battesimo di Gesu, Trento Longaretti, vetrata istoriata, 1996 Chiesa - retro 5 Chiesa - facciata
  • 2020-09-24 - Vangelo di Giovedì
    Qo 1, 2-11; Sal 89; Lc 9, 7-9. ||| In quel tempo, il tetràrca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risorto dai morti», altri: «È apparso Elìa», e altri ancora: «È risorto uno degli antichi profeti». Ma Erode diceva: «Giovanni, l'ho fatto decapitare […]
  • 2020-09-24 - Commento di Giovedì
    Chi è dunque costui? ||| Chi era Gesù per Erode? Il rimorso gli rode ancora la coscienza: aveva fatto uccidere Giovanni Battista. Era ben conscio che era stato perpetrato un turpe omicidio. La sua volontà è stata abilmente raggirata da Salòme ed Erodìade, la cui gelosia ha fatto scatenare la follìa omicida per zittire un […]

IL TUTTO COMINCIA DA QUAGGIU

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VITA DI COMUNITA
ASCENSIONE DEL SIGNORE
n. 1870 – 24 maggio 2020 – Mt 28,16-20

La Chiesa celebra, oggi, la solennità dell’Ascensione del Signore. Ascensione che non è la partenza di Cristo, ma la Sua presenza diversa nel mondo. Cristo è Dio-con-noi per sempre. E con l’Ascensione inizia la missione degli Apostoli, inizia il tempo della Chiesa.

I giorni dopo la Pasqua, furono certamente per gli Apostoli, giorni straordinari, fatti di domande a Gesù e di chiarimenti sul compito che stava per dare alla Chiesa. Prima di ascendere al cielo, Gesù ha lasciato agli Apostoli un compito: “….Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. “Andate…” che vuol dire: non state a guardare il cielo, ma cercate di allacciare un collegamento tra il cielo e la terra. Il Signore non lo troviamo tra le nuvole ma dobbiamo cercare di scorgerlo nei suoi infiniti travestimenti.

Il compito che Gesù ha dato, definisce lo scopo della nostra vita, indica la nostra missione. Lui ci incarica di parlare a nome di Dio, anche se spesso siamo costretti a riconoscere con onestà di non possedere le risposte a tutte le domande, le soluzioni a tutti i problemi e che le nostre parole sono semplici balbettamenti rispetto alla grandezza del messaggio.  Niente di deciso in partenza, ma un cammino da inventare ogni giorno, tra incertezze e imprevisti che obbligano a rivedere costantemente le nostre posizioni.

Ad avere la consapevolezza dei pericoli che ci minacciano, di non cadere in tentazione specie quando la vita diventa dura e ingrata. E di avere il coraggio di ammettere la nostra miseria, per avere la possibilità di sperimentare in maniera discreta, ma reale, la forza che viene dallo Spirito e la grandezza di Dio che è pari alla Sua bontà.

Dio ha per ognuno di noi, un disegno di bontà. Lui ci vuole testimoni credibili di Cristo secondo le nostre esperienze di vita ed è nei nostri gesti quotidiani che possiamo far presente Gesù risorto. Come? Per esempio vedendo la generosità di un educatore, la costanza e la tenerezza di una catechista, la presenza discreta accanto al letto di un ammalato…, senza dimenticare che il nostro destino è orientato verso un destino più grande, che va oltre, che ci attende, come un “già e non ancora”.

Allora, quale il messaggio?

Noi abbiamo ricevuto da Dio una vocazione da vivere con umiltà, pazienza e con fedeltà. Tutto non finisce quaggiù, ma solo comincia. Ed è solo vivendo la fedeltà alla nostra vocazione, che noi possiamo diventare testimoni di Cristo con le prove che vivremo e con lo stimolo a guardare lontano, al di là di questi giorni, al di là di questa vita. La pienezza ci verrà data dopo, sempre se continueremo a camminare nella stessa direzione che ha camminato Cristo.


ASCENSIONE DEL SIGNORE 

 

 

LA TESTIMONIANZA E’ IL SENSO DELLA NOSTRA PRESENZA CRISTIANA

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VITA DI COMUNITA
n. 1869 – 17 maggio 2020 – 
Gv 14,15-21

Il Vangelo di oggi ci riporta al “Discorso d’addio” che Gesù rivolse ai suoi apostoli nel Cenacolo. Per loro aveva trovato parole affettuose, di conforto: “Non vi lascerò orfani…” gli disse, ma gli chiese anche un impegno morale: “Se mi amate, osservate i miei comandamenti…”.

Ed è ciò che chiede anche a noi oggi. Ma per comprendere la Sua espressione dobbiamo, innanzitutto, spiegare il termine “comandamenti”. I comandamenti non sono un “qualcosa” per il cristiano, in rapporto ai suoi gusti, alle sue comodità, alle sue preferenze, ma non sono neanche delle imposizioni che ci riducono a esecutori più o meno consenzienti, al di là di come suona il termine.

Gesù non ci obbliga a portare pesi e sottostare a un giogo opprimente, ma ci invita a inserirci in una comunione di vita: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama”. Sono una Parola di saggezza, che mostra la vanità e la leggerezza dei calcoli e degli egoismi umani. Sono una Parola di luce che riesce ad illuminare le complicate vicende della nostra esistenza. Sono una Parola che noi possiamo accogliere o rifiutare, non esiste una terza via in cui si elimina il sacrificio e la fatica per dare consistenza alla nostra vita. Sono una Parola d’amore che può essere intesa solo da chi prova amore per Gesù.

Sono queste le Parole che ci indicano la strada da percorrere e la testimonianza è il senso delle nostra presenza cristiana che Gesù ci chiede. Il cristiano deve portare in sé quella speranza fondata sulla promessa di Cristo: “Io vivo, e voi vivrete”, di quel Dio che ci ama e ci salva. E’ come se Gesù ci dicesse: amatevi e seguirete la mia strada. Amatevi e vi considererò affidabili. Amatevi e io metterò tutto il resto. Amatevi come fratelli e non sarete senza padre e senza madre (“non vi lascerò orfani”).

Certamente è un Maestro esigente e vuole che noi impariamo ad amare bene. Detto in un altro modo: se non siamo capaci di dare, ci dimostreremo incapaci di ricevere. Dobbiamo, insomma, cominciare a presentare delle prove, non un alibi.

Allora, quale il messaggio?

L’unico comandamento che Gesù ci ha dato è amare e lasciarci amare, accoglie e accoglierci.  Si può “comandare” di amare?  No, perché l’amore è un gesto libero. Prendiamo, allora, la Parola di Gesù come una bussola per la nostra vita e fidiamoci di Lui, potremmo diventare segno e testimonianza per chi ci sta intorno. Il mondo ha bisogno di testimoni e di discepoli. Vogliamo esserci?


SPIRITO DI VERITA CONSOLATORE 

“Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre,
lo Spirito di Verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce.
Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi.”

 

 

LA GARANZIA DELLA NOSTRA VITA FUTURA E’ GESU

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VITA DI COMUNITA
n. 1868 – 10 maggio 2020 – 
Gv 14,1-12

L’evangelista Giovanni ci parla, oggi, del discorso di Gesù dove spiega ai suoi apostoli che dopo la Sua morte e risurrezione tornerà alla casa del Padre. Li invita alla fiducia e alla speranza dicendo: “Non sia turbato il vostro cuore, Io vado a prepararvi un posto; tornerò e vi porterò con me perché siate anche voi dove sono io”.

Ma Gesù che conosceva bene gli entusiasmi e le fragilità dei suoi offre loro un “testamento” colmo di amore, in cui rivela la Sua identità, il senso della Sua missione e svela il mistero della persona: “Io sono la via, la verità e la vita”.

Proviamo, ora, a capire che cosa intendeva dire Gesù ai suoi apostoli e a noi oggi, con queste tre affermazioni. Affermazioni che non sono state comprese subito dai suoi apostoli.  Solo più tardi capiranno che Lui è la via che conduce a Dio. Gli apostoli capiranno che la strada da ripercorrere è la vita di Cristo: compiendo i suoi gesti, preferendo coloro che Lui preferiva, rinnovando le sue scelte e non trascurando i più deboli nella comunità. Capiranno che Gesù è la verità e cioè lo svelamento del volto di Dio e del volto dell’uomo.

La verità non come una definizione o un’idea, ma una persona. Gesù è la verità fatta di tenerezza, di amore verso l’uomo, di parole che sanno scheggiare la corazza dura del nostro cuore. Capiranno poi che Gesù è la vita, la cosa più grande e più seria che Dio ha proposto: la Sua stessa vita, la vita eterna. La via e la verità offerte da Gesù all’uomo che se accettate, lo condurranno alla pienezza di vita presso il Padre.

Dio stanco di essere frainteso, si è fatto uomo. E’ venuto fra noi, ha sudato e imparato, ha fatto festa e lutto, ha lavorato e gioito della famiglia e dell’affetto dei suoi.  Dio si è piegato sull’umanità ferita come un buon samaritano e come padre ha accettato le scelte dei suoi figli. Lui si commuove, ama l’amicizia, l’accoglienza. Dio ha scelto di donarsi fino in fondo ed è morto in croce per sigillare le parole “ti amo” rivolte a ciascuno di noi. E noi che da tanti anni siamo cristiani crediamo a questo Dio?

 

Allora, quale il messaggio?

La garanzia della nostra vita futura è Gesù, immagine del Padre, presso il quale dimora e dove ci ha preparato un posto. Alla nostra vita bisogna dare un senso ma perché ciò avvenga dobbiamo avere un po’ più di fede in Dio, dobbiamo avere un cuore libero, capace di maturare uno stile di vita e di camminare spediti dietro al Signore. Dobbiamo ascoltare la sua Parola e metterla in pratica.  Dobbiamo credere in Lui e vivere da salvati aiutandolo a costruire il Regno che è venuto ad inaugurare: un Regno di giustizia, di fratellanza, di pace, di amore, di luce.

 

DOBBIAMO FARE ATTENZIONE AI FALSI PASTORI

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VITA DI COMUNITA
n. 1867 – 3 maggio 2020 – 
Gv 10,1-10

Nel Vangelo di oggi, Gesù presenta se stesso e la Chiesa con parole semplici ed immagini di vita agreste. Presenta se stesso come pastore, i suoi discepoli come gregge, la Chiesa come ovile. Si attribuisce, anzi, il titolo di Buon Pastore che vuole dare la vita per le sue pecore: “e le pecore ascoltano la sua voce…”.

Occorre ricostruire la scena per capire il rapporto che intercorreva tra pecore e pastore, collocandola nell’ambiente palestinese di quel tempo, dove diversi greggi appartenenti a svariati padroni, venivano alloggiati in un solo recinto. Al mattino i vari pastori si presentavano e ciascuno chiamava le proprie pecore che uscivano e lo seguivano. Le pecore rispondevano unicamente alla voce del proprio padrone. Era la “voce” che permetteva di distinguere il pastore dagli estranei. La voce non tradiva, quel timbro, quel tono, il nome pronunciato in quella maniera facevano scoccare la scintilla del “riconoscimento”.

Oggi, il Vangelo, ci ricorda proprio questo: “essere conosciuti” e “riconoscere” sta alla base del cristianesimo. Proviamo ora a riflettere: chi o che cosa è pastore della nostra vita? Chi la conduce e dove ci conduce? Ci verrebbe da rispondere: “io non ho pastori, me la cavo da solo, sono libero e adulto”.

Ma “pastori” possono essere: la nostra carriera professionale, la vanità, le ambizioni, le pretese di potere, i calcoli opportunistici, il giudizio degli altri, i nostri sentimenti. Se guardiamo bene, forse scopriamo che dietro ogni nostra azione esiste qualcosa o qualcuno che ci ispira. Troppo spesso però, nella società d’oggi, non riusciamo più a distinguere i falsi profeti, sentiamo solo le voci suadenti di chi la felicità la vende, e di chi chiede adesione a un sogno improbabile. E intanto noi continuiamo a seminare egoismo e a raccogliere disperazione senza accorgerci che andando per questa strada saremo condannati a restare soli.

La ricerca di Dio deve partire dal cuore dell’uomo e per ricominciare non è necessario saperne di più, ma sentire di più. La vita non può fare a meno di noi e non possiamo farci sostituire. Per quello che facciamo potremmo anche essere inutili, ma per ciò che siamo, o che siamo chiamati ad essere, noi siamo indispensabili. E quando la voce del Buon Pastore ci interpella, la risposta a quella voce la dobbiamo dare lungo la strada della nostra vita.

Allora, quale il messaggio?

Il Buon Pastore è solo Gesù. Lui è altruismo infinito, amore umile, paziente e ci conosce per nome. Oggi, ci invita a fare attenzione ai falsi pastori, ci chiede di ascoltare la Sua voce per poterlo seguire nel cammino della nostra vita. E questo rapporto potrà darci la forza e la speranza necessaria affinché la nostra esistenza abbia un senso.

 

UN APPUNTAMENTO CHE DOBBIAMO ACCETTARE

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VITA DI COMUNITA
n. 1866 – 26 aprile 2020 – 
Lc 24,13-35

Domenica scorsa l’Evangelista Luca ci ha fatto incontrare Tommaso che non aveva creduto all’annuncio dei suoi amici che avevano visto Gesù Risorto. Oggi, invece, ci parla di Cleopa e dell’amico che non credono alla testimonianza di “alcune donne, delle nostre…”.

Questi due discepoli stavano percorrendo la strada che da Gerusalemme portava a Emmaus ed erano amareggiati e scoraggiati. Erano ancora sotto choc per gli avvenimenti drammatici culminati con la morte di Cristo in croce ed erano talmente chiusi nel loro dolore da non accorgersi neppure che Gesù li accompagnava nel loro cammino.

Anzi, si erano sentiti quasi offesi dallo sconosciuto ospite, il quale sembrava non condividere a sufficienza la loro sofferenza. Gesù li aveva ascoltati parlare della sua crocifissione, avevano parlato di ciò che avevano dentro il proprio cuore, e della loro speranza andata in frantumi: “noi speravamo… con tutto ciò son passati tre giorni…”. Tre giorni gli erano sembrati un’eternità. Ecco la lunghezza della loro speranza e la consistenza della loro fede!

Questi due discepoli ci assomigliano. Anche noi abbiamo, come loro bisogno di vedere subito riconosciute, applaudite le nostre idee. Non riusciamo, come dicono gli arabi, a “morire di pazienza”. La nostra speranza ha il fiato corto e una speranza con il fiato corto è calcolo umano, meschina contabilità burocratica. Non siamo capaci di vedere “oltre”. Oltre l’ostacolo, oltre l’insuccesso immediato, oltre l’incomprensione, oltre il rifiuto, oltre la confusione.

Vediamo, ora, come fa Gesù a scuotere questi discepoli assonnati e stanchi. Gesù non si mette subito a spiegare, ma quando prende la parola, parla al loro cuore, non solo alla loro intelligenza. E quello che dice ha un effetto sorprendente: nei loro cuori torna ad ardere la speranza. Lui li conduce lungo le Scritture e un po’ alla volta, loro comprendono che ciò che è successo, era un gesto d’amore, in un disegno d’amore.

Ed è a tavola che lo riconoscono, quando “prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro”. I loro occhi si aprirono e diedero un nome a quello che era accaduto lungo la via: quel viandante era Gesù, il Crocifisso Risorto, il Signore della vita. E sicuramente è stata questa gioia che diede loro la forza di tornare indietro per annunciare che il Signore era davvero Risorto.

Allora, quale il messaggio?

Il Risorto continua a darci appuntamento, di Domenica in Domenica, lungo la via della nostra esistenza, per ascoltarci, per parlarci, per leggere con noi le Scritture, per ravvivare in noi quel fuoco che rischia di spegnersi, per darci la speranza, per donarci il suo pane. Ci chiede di diventare protagonisti della nostra vita e di tenere lo sguardo e il cuore pronti, pronti a capire. Questo appuntamento è da accettare, solo così la nostra vita sarà piena di luce e di gioia.