Santo del giorno
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Stemma del Vescovo Mons. Paolo Magnani - intarsio marmoreo (1995) Navata centrale, altare, abside San Leonardo Murialdo, autore ignoto, vetrata istorata, 2004
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STORIA

Posta sul ciglio del Piave, nel territorio dei Conti Collalto di Treviso, la chiesa era anticamente rivolta al fiume, su un sito che non rivestì grande importanza sino all’Ottocento, data la vicinanza con Lovadina e la diversa viabilità.

Filiale di Povegliano nel 1330, fu modificata in più riprese. Nel 1467 s’erano costruiti coro e sacrestia sostituendo la vasca battesimale. Nel 1593, il discusso abate Brandolin vi trovava tre altari: quello della Pietà, con statue lignee della Madonna e dei santi Stefano ed Elena, un secondo dedicato alla Vergine (probabilmente del Rosario, data la remota devozione) e il maggiore “santis antiquum” con le immagini scultili della Trinità e di vari santi, descritto nel 1793 dal vescovo Marin come “vetus opus ligneum deauratum cum pluribus parvis simulacris, similiter tabernaculus“. Quest’ultimo mostra ancora nella sua singolarità la nobiltà del complesso originale.

Lungo il XVII secolo, il paese si fece considerevole e s’ebbero nuovi lavori: l’ordine della chiesa divenne l’attuale (secondo le disposizioni lasciate nel 1621 dal visitatore abbaziale Roberto di Collalto), ponendo la porta al posto dell’abside e al luogo della porta l’altare, aprendo quattro finestre e due porte laterali, e a ridosso del coro si eresse un campaniletto. Ma l’escavo di numerose fosse nel cimitero adiacente, presso i muri, e l’oscillazione del campanile provocarono nel 1689 il crollo del coro, poi rifatto nel Settecento.
Lo stendardo dedicato alla Vergine del Rosario e alla Trinità (recto e verso), eseguito nel 1771, riporta tali architetture: facciata semplice a quattro colonne, due finestroni rettangolari e timpano con stemma dei Collalto; sopra la porta principale una nicchia con immagine sormontata da una finestra rotonda. Il campanile, lineare alla base e alla canna, movimentato da tre piani biforati alla cella, culminava in un cupolino ottagonale. Presso la chiesa, il cimitero con l’alta colonna di pietra coronata dalla croce. Sul fianco sinistro, una cappella: nelle adiacenze la sacrestia con porticato, il tutto cinto da muretti. Anche la canonica presentava ordinato prospetto, con giardino riquadrato e tre ingressi. La raffigurazione evidenzia l’ampliamento e l’intento di proseguire la simmetria con una seconda cappella sulla destra. V’erano a quell’epoca quattro altari oltre al maggiore privilegiato “quotidie“: uno del Crocefisso o della “Pietà”, il secondo (privilegiato “ad septennium“, al lato dell’epistola) del Rosario, con pala mediocre dello spresianese Zuanne Burchiel, il terzo detto di S. Lucia (“in cornu evangelii“), sempre con dipinto; l’ultimo del Redentore, con simulacro protetto da vetri (“cristallis ante munito“). Per uno di tali altari, quello di S. Lucia, si hanno citazioni diverse nei secc. XVII e XVIII, a seconda dei patroni considerati nel medesimo quadro (S. Rocco, S. Sebastiano, S. Antonio); al Settecento risale pure il simulacro processionale della Madonna, di gusto popolaresco.

Sin dal 1752 si ha notizia d’un buon organo, attribuito in parte al Callido; nel 1793 il campanile aveva l’orologio (“turris cum machina horaria“) ma necessitava d’un nuovo bronzo. Nel 1795 fu concessa la dignità arcipretale e nell’Ottocento seguirono dotazioni e interventi significativi, a partire dai pregiati affreschi di Giambattista Canal nel soffitto con la “Gloria del Titolare” stagliata sulle vivaci rappresentazioni di Inferno, Purgatorio e Paradiso e con le Virtù Cardinali e Teologali ai lati del quadro maggiore, arricchite dalle decorazioni di Giuseppe Borsato, quadraturista dell’Accademia veneziana (1814). L’elegante cantoria con fregi intagliati e i quattro altari barocchi della soppressa chiesa di S. Margherita di Venezia, ospitati in cappelle costruite fra il 1840 e il 1860 con donazioni della popolazione e la beneficenza imperiale di 300 fiorini, costituivano degno ornamento. Insieme cogli altari, vennero regalati alla chiesa il pulpito, otto pregevoli colonne di marmo rosso africano e quattro di verde antico con eleganti capitelli, alienate nel 1925 col consenso dell’autorità. Furono poi commissionati ad apprezzati artisti veneziani alcuni dipinti tuttora esistenti, come il “Crocefisso” di Lattanzio Querena (1842), ora nel Battisterio, lodato per “robustezza di colorito e malinconia di paesaggio”, la “Madonna del Rosario fra i SS. Domenico e Giovanni Battista” di Leonardo Gavagnin (1847), “buona pittura d’imitazione antica” (altare omonimo), la composta pala di S. Antonio da Padova coi SS. Valentino, Lucia, Apollonia e Antonio abate, di Giuseppe Amedeo de Lorenzi (1854), donata da Antonio Breda (moderno altare di destra), ed una “Sacra Famiglia” realizzata da Giulio Carlini nel 1865 su incarico di Giuseppe Brol per un altare omonimo (ora in sacrestia).

Nel 1854, su proposta dell’artista Brescacin di Ceneda, si trattò per lire 12.000 l’acquisto d’una facciata in pietra viva appartenente ad una chiesa di Sacile in demolizione, impiegando nel trasporto 117 grossi carri e ponendola in opera tre anni dopo. L’interno, su buon disegno dello Zambon, era stato ordinato nel 1852 anche in vista della consacrazione, sospesa per la guerra. Contrastavano con lo stile ionico delle sculture barocche dell’altar maggiore e l’irregolarità dell’abside antica, non corrispondente alle proporzioni, la cui sistemazione fu assunta dal parroco Schiavinotti. Il paese risentiva intanto forte espansione: con 2200 anime, era il maggiore della zona.

In poco più di un ventennio, si duplicò la superficie della chiesa con pianta a croce latina per l’aggiunta del braccio trasversale e la dilatazione dell’abside (1885), non senza aver consolidato la porta maggiore e restaurato l’organo. I progetti, elaborati dal Giustinian-Recanati e condotti a termine con don Tognana ai primi del secolo scorso, culminarono nello svettante campanile in stile marciano con l’angelo in rame dorato, nell’ardita cupola, fra i primi esempi di architettura chiesastica in cemento armato (1905), nel pavimento e nel nuovo altare. Il 21 ottobre 1911, mons. Longhin consacrava solennemente le importanti opere che i bombardamenti del 1918 riducevano in macerie.

Gravissime, come si comprende, le perdite artistiche. Non si salvarono che due quadretti attribuiti al Pordenone, da tempo staccati dal monumentale altar maggiore, e i quattro dipinti ottocenteschi levati in condizioni di fortuna. Il tempio odierno, sorto con l’indennizzo dello Stato, è opera dell’architetto veneziano Lorenzo Rinaldo (1921). Del precedente conserva il sito e le linee classiche, col notevole ampliamento delle dimensioni. L’interno, a croce latina, a tre navate distinte da archi con intercolumnio e cupola nel transetto, si ispira – con qualche incoerenza nelle proporzioni – allo stile del rinascimento. Il soffitto centrale, piano, è sagomato in tre zone, mentre quelli laterali hanno volte a crociera; nel coro, mutilato in profondità per motivi economici, si aprivano cinque ampie vetrate. Vi sono ospitati tre altari, oltre al maggiore coronato da edicoletta circolare. Iniziata nel 1922 da don Antonio Minetto (che lasciò un’appassionata cronaca della ricostruzione), benedetta il 4 ottobre di due anni dopo dal vescovo Longhin, l’arcipretale fu consacrata per mano di Eugenio Beccegato, vescovo di Vittorio Veneto, il 6 giugno 1925, festa della Trinità. Remore di un grave passivo finanziario ne hanno ipotecato il compimento, specie esterno, il cui disegno (semplificato rispetto all’originale) fu caldeggiato dal progettista sino ai suoi ultimi giorni. L’interno è stato reso decoroso attraverso anni di contribuzioni, con lavori avviati da don Armenio Scattolon, arciprete dal 1930 al 1953, che compose gradualmente il deficit, concretando nelle ristrettezze dei tempi qualche rifinitura. Ebbero così sistemazione gli altari, ultimo quello del S. Cuore (1946) con dipinto e lunetta della “Deposizione” eseguiti da Alessandro Pomi, discepolo di Ettore Tito, potendosi acquistare e ricomporre nel soffitto gli affreschi con la “Trasfigurazione sul Tabor” e le “Virtù Teologali” di Jacopo Guarana (1760 ca.), seguace del Tiepolo padre.

Questi provennero da Piombino Dese e furono posti in opera dal prof. Tiburzio Donadon, che lasciò decorazioni e intonate allegorie delle Virtù Cardinali nei medaglioni sottostanti. Anche il campanile, dopo l’erezione della canna in cotto da parte del vicario don Ceccato, trovò compimento nel 1940 con la cella e la cuspide in rame. Ulteriori esempi artistici furono le acqueforti di Giuseppe Graziosi sulla “Via Crucis” (1920) e un dipinto col Titolare visibile nel coro (Giammaria Lepscky, 1929), concessi rispettivamente dalla munificenza di mons. Giovanni Costantini, vescovo di La Spezia, già presidente dell’Opera di Soccorso, e dal Commissariato per i danni di guerra a titolo di risarcimento. Nel 1952 fu acquistato un modesto organo da una chiesa del Polesine che, ridotto da meccanico a pneumatico, si mostra da tempo precario. Nell’ultimo trentennio l’arciprete don Pietro Martini, recentemente compianto, ha proseguito col concorso dei parrocchiani dotazioni veramente degne, come le bussole monumentali, la pavimentazione marmorea, l’artistico impianto d’illuminazione ed altri interventi conservativi e di revisione che esulano da elencazione sommaria.

Quattro vetrate istoriate con S. Eustachio, S. Tarcisio, S. Liberale e S. Pio X, del trevigiano Lino Dinetto (Poliarte, Verona 1971) sono state collocate alle estremità del transetto per beneficenza d’enti e privati già promotori di quelle originali nell’abside, riuscite poco felici e lesionate nel 1945 da bombe d’aeroplano.

Resta il rimpianto per il mancato coronamento dell’opera, priva del prospetto maestoso previsto con ricchezza di colonne, trabeazione e timpano tra gli ampi portali e statue, di cui si è inteso provare un esempio nel 1979 con le immagini dei Santi Giorgio e Barbara in pietra tenera dei Berici (scultore Ermenegildo Mantegani) entro nicchie ad archivolto.