domenica 5 settembre 2010
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periodico numero 6 del 7 aprile 2007
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Resurrezione

Nulla si crea e nulla si distrugge...
Come parte di Dio, (anche dopo l'esplosione iniziale, atea dell'universo) nella sua forma materiale, il soffio della vita "...a Sua immagine e somiglianza" donataci dal Padre Eterno, come atto di amore, può solo essere "restituito" perché lo custodisca fino al ricongiungimento del corpo umano, con il quale ha generato pensiero e azione nell'avventura o parentesi terrena. Come potrebbe essere diversamente se tutto viene dall'eterno e va nell'infinito?

Chi ha mai visto l'anima? Di cosa è fatta! Chi ha mai visto il pensiero, che è l'espressione dell'anima quando la volontà si fa scelta che a sua volta diventa azione, materiale o morale che sia? Eppure esiste!

Per tutti esiste anche se non si vede, perché le azioni l'uomo le compie continuamente seguendo o non seguendo l'istinto, e qui si misura l'intelligenza nel voler capire per sapere.

Non si può negare la differenza fra tutte le altre vite sulla terra o nel mondo conosciuto, che seguono solo regole prestabilite senza nessuna capacità né volontà di modificarle. Solo chi ha dato una parte del proprio "essere sempre stato" può legittimarsi depositario del "e sempre sarà", come potrebbe dire: "e adesso non sarà più?" Sarebbe come amputare se stesso, per un solo essere umano eventualmente dissolto con l'anima. Se poi fosse per tutti gli uomini, Dio si dovrebbe suicidare, e questo non è possibile che avvenga dall'Essenza stessa della vita e dell'amore. Quindi l'uomo nella sua spiritualità è assolutamente eterno, e non stupisce il ricongiungimento terreno visto che nel corpo e con il corpo, l'anima ha operato per tutta una vita terrena, come parte di una temporale forma di vita, perché materialmente eterna sarebbe difficile con i soli cinque sensi immaginarla sulla terra, e rapportarla con tutte le altre vite senza anima. La Resurrezione di Cristo e il suo ricongiungimento al corpo, è il testamento consegnato all'uomo dopo la cena a Emmaus, con la Sua Ascensione al cielo.

Risorgere, è quindi il messaggio della Pasqua, non abbandonare mai la speranza e non avere paura, perché Lui ci è vicino. Spesso gli avversi eventi della vita, ci portano a dubitare della presenza di Dio. È una prova in più del Suo amore e della Sua fiducia, e il figlio Gesù sulla croce, ne è il testimone. Da ogni male risorgerà il bene, fino al trionfo finale dell'uomo nella sua felice completezza perfetta con Dio. Tutta la vita di Gesù si muove dall'inizio alla fine, con una logica e una perfezione che di umano non si riscontra in nessun atto compiuto, dai miracoli, alle parabole, ai detti. Né altre credenze "pur rispettabili" possono vantare simile testimonianza Divina. Per chi governa, giustamente laico, è difficile prescindere su certi temi, ad esempio "la vita".

Ci si rende conto della grande responsabilità degli insegnanti e dei genitori nell'orientare i giovani a loro affidati.

Che Dio ne illumini le coscienze.

Adriano Gionco

Una fede dal sapore antico

L'occasione di un viaggio a Bruxelles ai primi di novembre del 2006 mi ha permesso di riflettere su alcuni punti riguardanti la cristianità vissuta da altre culture cattoliche.

Il giorno di Tutti i Santi mi trovavo nella chiesa di Notre Dame de la Chapelle, una costruzione poco appariscente ma centrale della città e aspettavo l'ultima messa del mattino.

C'era animazione, navate già gremite ancor prima dell'inizio della funzione e persone non certo agghindate a festa, ma dignitose e semplici.

Già questa partecipazione popolare mi colpì ma più ancora l'affluire continuo di giovani coppie con bambini passeggini e carrozzine.

Mi sentivo stranito e immerso in qualcosa di insolito visto che le coppie erano sulla trentina e una funzione religiosa non può certo considerarsi il luogo per un'assemblea giovanile.

Il mio stupore divenne ancor più grande con l'inizio della celebrazione. Mi trovavo in una chiesa gestita dalla comunità polacca di Bruxelles con l'ambiente bisognoso di restauri, pochi ed un po' malconci arredi ma con un grande calore umano che mi ha portato a queste riflessioni:

  • Semplicità di culto e semplicità di fede. Lontane dal proprio ambiente e dalla propria cultura queste persone avevano trovato nella Fede il loro collante e questo si percepiva nei gesti, nella preghiera, e nella totale partecipazione, perché tutto avveniva sotto la spinta ideale del loro grande Papa Wojtyla. Tutti si univano al canto. Tutti rispondevano coralmente. Tutti ascoltavano con solennità il messaggio dell'officiante e si accostavano alla Eucarestia. Tutti si inginocchiavano sul pavimento di freddo marmo e non si formalizzavano sulla scelta del posto. Non c'erano banchi ma nessuno si poneva il problema anche perché la Casa di Dio è ovunque Lui abiti e si manifesta con l'amore. La lettura del Vangelo non ha richiesto un lungo commento del sacerdote, quasi a significare che la Parola non avesse bisogno d'altro che dell'ascolto e del silenzio.
  • La fede come certezza. Stranieri e sradicati dalla loro terra ma uniti dalla parola di Dio, e siccome la Fede è anche Speranza, in quei volti ho colto il colloquiare con il Signore, l'affidare a Lui sogni e speranze col sostegno della Fede trasmessa dai loro padri e quindi saldamente radicata. Una scelta di vita precisa e sicura che dava loro la forza per affrontare il quotidiano.
  • Gestire il luogo di culto come casa di tutti. La chiesa di Notre Dame de la Chapelle non sarebbe stata così animata se tutti i polacchi non l'avessero sentita propria. Venne loro affidata dopo la visita di Giovanni Paolo II con l'invito di costudirla e "accudirla" come un essere umano. Quanto calore nel pulirla assieme, nell'investire i propri sforzi per renderla bella e per sentirsi uniti nella missione incoraggiata dal Papa. Ho avuto la sensazione di trovarmi "a casa" e non in un tempio, di essere una "persona" e non un generico fedele. Un'esperienza quasi toccante. Sono uscito alla fine con un senso di amicizia e di sollievo, perché guardare alle esperienze di culto vissute da altri ci può aprire gli occhi, ma soprattutto il cuore.

Lino Meneghetti

I mercanti del mio presepe

I gennaio 1938. Avevo da poco compiuto i sedici anni, da due avevo terminato senza gloria le mie scuole e così davo una mano nei lavori di casa: nel negozio di generi alimentari in centro del paese, nella grande cantina sotto la casa di via Monte Ortigara dove abitavamo in tanti, nella stalla dove Bionda e Furba producevano il buon latte per tutti noi.

Ricordo quel I gennaio anche perché sono andato a riscoprire le tracce di qualcosa che ancora è rimasto. Nella camera dormivo con il fratello del nonno, lo zio ritornato dopo trent'anni di silenzio dall'America del Nord. Era molto freddo quel I gennaio, ricordo, un freddo che faceva ghiacciare l'acqua nella brocca e l'orina nel vaso da notte; le pareti della camera scintillavano come un cielo stellato. A messa nella parrocchiale era come essere in una ghiacciaia: noi ragazzi da una parte e dall'altra le ragazze.

Quella notte non ci furono i fuochi artificiali e gli scoppi; qualche cena, forse; una festa da ballo.

Ma noi fino alle dieci avevamo sciato "a pattinato" per le vie del paese, ed era bellissimo andare così alla luce di poche lampadine sulla neve delle strade dove poco prima era passato lo spartineve tirato da dodici cavalli fumanti. Nessuna automobile circolava allora; c'era qualche slitta con il conducente a cassetta che teneva i piedi dentro un sacco con il fieno; davanti agli alberghi aspettava qualche coppia romantica e coraggiosa per portarla nella notte su strade lontane.

La nostra, allora, era una famiglia considerata benestante e a mezzogiorno di ogni Capodanno il nonno seduto a capotavola osservava e dirigeva il pranzo: tagliatene in brodo, carne lessa con il cren, cardi, vino veronese, torrone e mostarda veneta. E per finire a tutti, nuore e ragazzi compresi, un dito di recioto spumante.

Alla sera del I gennaio, appese sotto la cappa del camino ognuna con il proprio nome e con la letterina dei desideri, c'erano le borsette di cotone con dentro i soldi in centesimi di lira! raccolti dai più piccoli nel giro per gli auguri ai parenti e ai santoli: quella notte la Befana sarebbe passata a ritirare i denari per cambiarli in giocattoli e indumenti di lana. Ricordo ancora che una di quelle mattine, forse era il giorno 3, una contadina, la moglie del Tan Hobech, che era venuta nella nostra bottega a portare il burro e le uova settimanali, mi disse che nella sua contrada del Morar il termometro aveva segnato 32 gradi sotto zero.

Dieci anni dopo, il primo gennaio 1948, avevo alle spalle la guerra e venti mesi nei Lager. Molti amici con i quali ero cresciuto giocando e facendo sport non erano più con me: la guerra in Albania contro la Grecia e in Russia poi, i Lager, la Resistenza tra queste nostre montagne avevano diradato la compagnia. Altri ancora erano emigrati in Argentina e nella lontana Australia. Anche quello che era rimasto della nostra antica famiglia si era diviso e disperso. Ora eravamo vestiti con abiti di parenti che vivevano in America, o con i tessuti UNRRA distribuiti con le tessere. Tramite l'Associazione reduci ero riuscito a comperare un paio di scarponi da sci, fondi di magazzino dell'esercito; erano gialli, rigidi, a suola liscia e punta quadrata. Li avevo portati anche nell'estate del 1947 ma nell'inverno che venne riuscii a procurarmi un paio di sci molto usati e dopo aver tanto maledetto la neve ripresi a sciare.

Lavoravo al catasto, leggevo, camminavo per le montagne come un lupo senza branco. Le notti di capodanno in Albania, in Russia, nei Lager erano notti che ritornavano a ogni I gennaio e quella sera del 31 dicembre 1947, dopo aver cenato molto frugalmente, lasciati a casa moglie e figlio, presi gli sci e mi incamminai per i boschi, dove non c'erano che il silenzio e la luce del cielo stellato sopra gli alberi carichi di neve.

Andavo solo, con i ricordi che premevano sul cuore, ponendomi molti perché. Mi accompagnavano gli spiriti degli amici che non erano ritornati a baita. "Perché mi avete lasciato solo?" chiedevo. Ma loro erano benevoli, sorridevano: "Noi siamo sempre con te. Non devi avere rimorsi per essere ancora vivo. Racconta, fai sapere".

Soltanto uno, forse il più caro, era triste e cercava di starmi vicino più degli altri. Quando eravamo in linea sul Don, lui era in un altro battaglione poco discosto e proprio la notte del 31 dicembre 1942, quella notte in cui morì Sarpi, mi scrisse una lettera ironicamente disperata. Mi diceva che la sua amatissima ragazza, che in Italia aveva promesso che l'avrebbe aspettato, si era messa con un altro.

"Non fidarti mai delle donne" mi aveva scritto e ora la sua ombra era amaramente ironica. Sapevo, allora, come avesse cercato la morte facendo pattuglie da disperato oltre il fiume.

Lo avevo chiamato e cercato la notte tra il 26 e il 27 gennaio, dopo il combattimento. Solamente qualche giorno dopo, incontrando alcuni alpini della sua compagnia, seppi che era morto la sera, nell'ultimo attacco. Ora in questa notte del 31 dicembre 1947 veniva in silenzio con noi. "Non angosciarti", gli dicevo, "non angosciarti per lei, non essere così amaro. Non ti meritava. Sarà anche diventata brutta". Sarpi, il più anziano, il più giusto, si era affiancato a noi due: "Forza, ragazzi, dobbiamo continuare a restare insieme, la mia fidanzata, laggiù in Sicilia, mi aspetterà sempre. Non è così brutto il mondo che abbiamo lasciato. L'amicizia è il legame più forte".

Pochi giorni fa, 31 dicembre 1997, per una qualche ragione, sono stato costretto a scendere in centro e sono passato per la via dove avevo tanto giocato: non c'erano ragazzi che correvano ma file di automobili parte per parte sui nostri marciapiedi; non odore di fumo di legna dai camini ma di gas di scarico. La vecchia casa dove sono nato tanti anni fa è stata rimodernata e ora mi compariva nella sua pesante struttura di poggioli, rivestimenti in legno, luci sfacciate. Dove avevamo l'orto, sul retro, ora c'è la vetrina di una agenzia immobiliare, nei cortili sulla via pavimenti di marmo, nel portico la discesa per le autorimesse sotterranee al posto dell'ampia cantina. Nessuna voce. Chi ci sarà ora nella camera dove sono nato? Che ne sarà della cucina con l'ampio focolare?

In piazza avevamo il negozio e l'ortogiardino con l'albero di prugne e le dalie gialle che mia madre curava: della soffitta di quella casa hanno fatto un'ampia mansarda, cambiando la pendenza del tetto e contribuendo a rompere l'armonia della piazza; e sull'area dell'orto è sorto un orribile palazzo che nemmeno a volerlo si potrebbe fare peggio.

Mi sono incamminato malinconicamente per il corso, diventato per le feste isola pedonale: non più la bottega del fabbro con la sua forgia e il mantice, la rivendita di latte e panna, la bottega del falegname che faceva le camere per gli sposi e anche gli sci e le slitte, il cappellaio che in vetrina aveva l'ordigno per allargare i cappelli stretti, il merciaio, l'osteria, il maniscalco in fondo, e il fornaio. Tanta gente entrava e usciva dai negozi con sottobraccio delle confezioni di doni alla moda. Pellicce, cagnolini con il paltò, brusii, esclamazioni di auguri, scie di profumi e di puzze. Le automobili, grandi automobili fuoristrada, sportive, berline, erano stipate nei parcheggi nelle piazzette intorno al centro dove dovrebbero giocare i ragazzi e gli uomini incontrarsi per parlare.

Camminavo per l'isola pedonale dove da ragazzo correvo con gli sci. Nella confusione ho notato un signore che aveva un bambino di forse cinque anni aggrappato ai pantaloni; in braccio teneva un cagnolino incappottato, dispettoso, e indossava una corta pelliccia grigia. Parlava al telefonino e ogni due parole gridava allegramente una bestemmia al suo interlocutore. Cagnolini e telefonini: status symbol degli uomini 1998?

Mario Rigoni Stern

Ieri... oggi... domani

Cent'anni fa nell'isola di Brownsea, in Inghilterra, Baden Powell dava vita al movimento scoutistico che in pochi decenni si sarebbe diffuso nel mondo. Genova è la prima città italiana ad aver fatto proprio questo spirito associativo, ma anche nella nostra comunità l'idea trovò consensi in tempi lontani. Era il 1945 quando si formò il primo gruppo A.S.C.I. e nel 2005 una grande festa di gruppo ha ricordato i 60 anni di attività locale.

In una sera di febbraio, nella nostra chiesa, gli attuali scout, hanno festeggiato il centenario con preghiere canti musica e teatro, nel linguaggio e nello spirito dei giovani d'oggi.

Alla fine, per ricordo, un segnalibro riportava questo pensiero che è la fotografia del presente ma nel quale non può non identificarsi anche il passato del movimento.

Non camminare davanti a me, / potrei non seguirti. / Non camminare dietro a me, / potrei non esserti guida. / Cammina al mio fianco / e sii solo mio amico.

La redazione

Luciano Rigo, una giovinezza per la nostra libertà

Luciano Rigo

Riteniamo emblematico, in tempi che impongono di rinsaldare la convivenza democratica, proporre la luminosa testimonianza del concittadino Luciano Rigo. Il padre, Giuseppe Rigo, nativo di Dignano d'Istria ma trasferitosi a Treviso e laureatosi a Padova, dopo essere stato segretario comunale a Paese, dove si sposò con Giuseppina Fantin, passò a Spresiano nel primo dopoguerra, partecipando per un ventennio alla vita della comunità. Qui gli nacquero, rispettivamente nel 1921 e nel 1923, i figli Armando (oggi residente a Napoli) e Luciano, che qui frequentarono le scuole elementari e il Patronato. In seguito, Armando proseguirà gli studi sino a frequentare a Roma l'Accademia di Educazione Fisica della Farnesina, mentre Luciano, caro a tutti per la sua simpatia e il suo dinamismo, dopo la licenza media s'impiegna all'Ufficio del Dazio di Castelfranco Veneto, risiedendo frattanto a Breda di Piave, dove il padre si trasferì nel 1939. L'anno dopo, l'Italia entrava nella seconda guerra mondiale, le cui sorti portarono alla caduta del regime e all'armistizio con gli anglo-americani. Il fascismo fu riesumato dalla Repubblica Sociale Italiana sostenuta dai tedeschi, ma la gente non voleva più fare la guerra di Mussolini. Divenne necessario schierarsi, e la decisione fu comunque drammatica, in quanto l'8 settembre 1943 aveva profondamente diviso le coscienze. Questi frangenti coinvolsero anche i fratelli Rigo, alle armi su fronti diversi: Armando, ufficiale nella campagna di Grecia, venne internato nei "lager" della Germania nazista, mentre Luciano, autiere in forza al Corpo d'Armata operante in Jugoslavia col generale Roatta, riuscì fortunosamente a ricongiungersi alla famiglia, disertando il bando che nella primavera 1944 lo chiamava nell'esercito repubblichino ed entrando da partigiano nei "Volontari della libertà". Scelse così la causa della Resistenza, tenuta viva dall'antifascismo clandestino e dalla nuova coscienza politica, e come comandante di squadra in una brigata della Divisione "Monte Grappa", appartenente al 5° Raggruppamento della Terza Armata, partecipò con coraggio e spirito di abnegazione ad ardite operazioni. I fascisti, frattanto, avvalendosi di delatori, giravano le campagne a prelevare i giovani renitenti all'arruolamento. Luciano (già sfuggito al nemico che ne saccheggiò l'abitazione) e il padre furono arrestati nel dicembre 1944 per rappresaglia ad un attentato contro appartenenti delle famigerate Brigate Nere e, con altri ostaggi, portati a Treviso. Dopo qualche giorno Giuseppe Rigo fu rilasciato, mentre al figlio si cercò invano di estorcere, anche sotto tortura, i nomi dei compagni combattenti. Tristissimo fu quel Natale, dopo che – il mattino della vigilia – Luciano, condannato dal Tribunale Militare di Guerra, venne fucilato con altri due patrioti nel cortile della caserma Salsa. Indicibile lo strazio del padre che, recatosi a confortarlo, ne apprese la morte e che, incurante dei rischi, recuperò nottetempo, nel cimitero di Treviso, la salma gettata in una fossa comune per darvi più dignitosa sepoltura. E mentre i genitori si chiudevano nel dolore, la formazione in cui il figlio aveva militato proseguiva nel suo nome la lotta. Dopo la guerra e il rientro di Armando dalla prigionia, la famiglia tornò a Spresiano, che decretò funerali solenni e l'intitolazione della piazza all'intrepido concittadino. Questi, ricordato anche nel monumento di Breda di Piave, fu insignito della qualifica di patriota dal generale Alexander, comandante supremo alleato delle Forze nel Mediterraneo centrale, e (con riconoscimento tardivo ed impari al sacrificio) della medaglia d'argento al valore militare, concessa dallo Stato "alla memoria". Da allora egli riposa nel nostro cimitero, in un loculo che, assieme alle sue sembianze, reca l'iscrizione dettata dall'amico Giuseppe Renaldin: "Luciano Rigo – martire d'Italia – l'ardore della sua giovinezza – con sublime abnegazione – immolò innanzi allo spietato ferro nemico – per il riscatto della Patria". Oggi, per vivere in un'Italia libera e giusta, non è più necessario resistere alla dittatura: c'è invece bisogno di compiere, nei valori della Costituzione, il proprio dovere verso se stessi e la comunità. Se così non fosse, e le forze disgregatrici avessero a prevalere, allora sì che il fosco, diradato dall'olocausto di tanti patrioti, tornerebbe ad incombere, richiedendo ancora una volta, ma più pesanti, sacrifici a tutti noi.

Giuliano Simionato

La vita, la malattia, l'eutanasia... (in prima linea)

L'acqua in un recipiente è scintillante, L'acqua nel mare è scura. La piccola verità ha parole che sono chiare, la grande verità ha il grande silenzio.
(Tagore, "Uccelli migranti", CLXXVI)

Si parla sempre più frequentemente della vita, di qualità della vita, di eutanasia... dibattiti... tavole rotonde ... esperti...! A parole tutto sembra chiaro, semplice: non ci sono dubbi di sorta! Ma quando invece si è in "prima linea" a tu per tu con la malattia e la sofferenza ogni cosa cambia, prende tinte e sfumature diverse. La più piccola parola acquista un significato impensato che solo chi è "sul campo" conosce appieno, sia che si trovi da un lato o dall'altro della barricata, sia esso medico o paziente. Entrambi perseguiamo lo stesso obiettivo: la cura. Ma cosa significa curare? Significa forse la frammentazione dell'individuo in tanti organi ed apparati, dove ogni organo è curato da un "esperto super-specialista" differente come avviene oggigiorno in medicina? O piuttosto "il curare" non è prendersi cura dell'uomo ammalato, formato di organi e di apparati ma anche di aspettative, di sentimenti e di paure? Se il curante è consapevole che chi si affida a lui è un uomo, un uomo sofferente saprà rivolgersi alla persona, formata di organi e di apparati ma anche di bisogni diversi. È questa la sfida!

Non è per un idealismo sterile e fine a se stesso, ma perché l'esperienza di tutti i giorni insegna che "il curare" non può prescindere dalla persona. Se si è attenti s'impara ben presto quanto sia importante rivolgersi all'individuo senza fermarsi al solo corpo; s'impara come ciò rappresenti da solo una terapia altrettanto efficace quanto i trattamenti medici specifici. In quest'ottica ogni nozione di cura è meno rigorosa e scientifica e assume un valore sconosciuto ai più, sfumato e diverso però unico per ogni persona. Questo è ancora più "vero" quando si affronta, accanto a chi soffre, l'incertezza e l'angoscia della non guaribilità, della morte e del morire.

Parlo d'inguaribilità e non d'incurabilità, l'uno non è sinonimo dell'altro anche se spesso i due termini sono confusi dagli stessi "addetti ai lavori'. Ho sentito dire molte volte: "Mi spiace, non c'è più niente da fare". Non è esatto! Si può fare e c'è da fare sempre e molto! Curare si può sempre, anche quando non è più possibile guarire e si può fino alla fine renderle più accettabili e dignitose le condizioni di vita e accompagnando il paziente fino al "termine".

Siamo entrati inevitabilmente nel capitolo della vita, della qualità della vita, dell'eutanasia e dell'accanimento terapeutico. Non è facile dire le difficoltà che, io in prima persona incontro nella pratica medica, e neppure quanto sia difficile

La tempesta di ieri sera ha incoronato questo mattino in una pace dorata.
(Tagore, Uccelli migranti, CCXCIII)

trovare il giusto equilibrio tra eutanasia ed accanimento terapeutico. (Mi riferisco al campo oncologico a me più familiare). Le due situazioni sono opposte, ma sono anche complementari e contigue e, dove termina l'una inizia l'altra. Il loro confine non è ben delimitabile, è una sottile e impercettibile linea che si modifica di volta in volta, di situazione in situazione. Non c'è una regola certa che ci guida. Se si è interessati alla persona sofferente e l'obiettivo è di fornirle un aiuto, si può correre il rischio di scivolare, non volendo, dall'eutanasia all'accanimento terapeutico e viceversa. Che fare allora? Ascoltare!

Il primo grande maestro di vita è il paziente. Se noi "addetti ai lavori" impariamo ad ascoltare senza preconcetti dimenticando la nostra "scienza", lui saprà condurci dolcemente e con franchezza in questo labirinto di norme etiche, morali e professionali. Solo cosi questa strada impervia è percorribile! Come in altri versanti della medicina, il medico deve sempre interrogarsi alla ricerca della soluzione più corretta e idonea, senza presunzione o eccessiva sicurezza in se© (è sempre una cattiva maestra). È un cammino impegnativo, denso di "pericoli" ma che sa regalare a piene mani ricchezza umana e professionale.

Ma "cosa si può intendere per non praticare l'eutanasia". S'intende forse somministrare le terapie che possono prolungare la vita (spesso di pochissimo), ma che inevitabilmente ampliano e dilatano anche sofferenza e dolore? O si intende, al contrario, non accanirsi nei confronti della malattia e non prolungare inutilmente la vita e la sofferenza della persona? Penso che in certi frangenti quando ormai si è nella fase conclusiva della vita, non praticare l'eutanasia sia anche curare con il solo intento di alleviare il dolore fisico e psicologico e migliorare la qualità del vivere.

E di fronte alla morte inevitabile che fare? Che fare quando gli stessi familiari vorrebbero imporre l'accanimento terapeutico? Chi ascoltare? Ascolto ancora lui, il paziente, per cercare la soluzione giusta; ma ascolto anche i familiari per aiutarli ad accompagnare in silenzio e in punta di piedi il loro "caro". E la Fede?

L'esperienza della sofferenza è un banco di prova durissimo a volte drammatico; la malattia come la morte pone mille interrogativi ai quali la ragione non può e non sa dare risposta. I sentimenti non spiegano, ma aiutano ad uscire dal "buio", a trasformare dolore e sofferenza in merce preziosa. Sentirsi amati sorregge e conforta, ma la fede da una marcia in più: cementa i legami e rende operativa la trasformazione. Il grande amore di Dio dona significato alla sofferenza, e con la preghiera procura la forza per accettare, superare e andare oltre.

Maria Caterina Visentin

Il papa e la Turchia di ieri e di oggi

Un grande successo Pastorale e Diplomatico la visita del Santo Padre in Turchia: Presenza e parole ma anche silenzi che sono parsi dei macigni per la coscienza di tutti.

Papa Giovanni XXIII che dal balcone di S. Pietro benedice i fedeli e li esorta dicendo: "...tornando a casa fate una carezza ai bambini..." È rimasto nell'immaginario del parlato, così Benedetto XVI, tutto bianco, minuto, senza scarpe, nella chiesa di S. Sofia a Istanbul in terra musulmana, sarà una icona del silenzio dei sottintesi.

La Turchia di oggi sa, che non potrà entrare a pieno titolo nella comunità Internazionale senza aver fatto i conti col proprio passato e certi silenzi del Santo Padre sono stati di grande eloquenza. Il primo genocidio del '900 venne compiuto proprio dai Giovani Turchi in nome di un nazionalismo sfrenato che non conosceva deroghe. Era l'aprile del 1915 quando iniziò l'ultimo atto della tragedia che in diciotto mesi avrebbe portato all'annientamento degli Armeni, unica etnia cristiana all'interno del crogiolo multietnico dell'impero ottomano in disfacimento. Un popolo radicato da sempre in Anatolia, convertito alla fede da S. Gregorio l'illuminatore nel 301, veniva spazzato via "solo" perché la visione religiosa non era coincidente.

Copertina di un libro di poesie armene

Si era già scritto nel merito, ma la visita del Santo Padre ci consente una ulteriore riflessione. A Venezia nell'isola di San Lazzaro degli Armeni, questa etnia conserva, in quarantamila vecchi volumi gran parte del proprio patrimonio storico e culturale, e la ferita del genocidio, l'abbiamo verificato di persona, è in loro più che mai viva perché© colpevolmente ignorata dalla storia. Solo ora sembra aprirsi qualche spiraglio visto che il Nobel per la letteratura è stato assegnato al turco Pamuk, un intellettuale che riconosce il genocidio e auspica il revisionismo storico del suo paese. Anche Daniel Varujan, il grande poeta armeno studiò e soggiornò a Venezia prima di rientrare in patria – essere arrestato quel fatidico aprile 1915 – e finire lapidato pochi mesi dopo a Tonè una località interna dell'Anatolia. Il testamento poetico è raccolto nel libro "Il canto del pane" pubblicato postumo perchè il manoscritto originale era stato sequestrato dalla polizia turca. Una esaltazione del mondo rurale del primissimo '900, un inno alla civiltà contadina che è stata anche la nostra fino a poco più di mezzo secolo fa. Quanto fosse radicata la fede negli armeni lo prova questo componimento che lasciamo alla vostra riflessione.

Eros Tonini

Croce di spighe (Sull'altare della Vergine)

Ti offro, Madre, le primizie dei miei raccolti.
Consacrale sul tuo altare dove, da secoli,
le cere bionde dei miei alvear!
diffondono luce e lacrime.

Tu, santa protettrice delle terre dei miei padri
ai quali hai concesso l'immortalità del Paradiso;
il bocciolo hai reso fiore, la speranza un'Aurora
che sorride alla mia capanna.

Tu, questa croce di spighe,
intrecciata con le mie mani, accetta, Madre.
In mezzo al mio grano
esse oscillavano come vergini dai capelli rossi,
traboccanti di sole e mature.

Sotto la mia falce, con la brina ancora sul capo,
cadono come un raggio mietuto dalla luna.
Nessuna allodola ha distrutto col becco
le loro fila intatte.

lo le ho intrecciate, chioma su chioma,
nella croce di tuo Figlio ferito a morte
il cui sangue, fuoco santo di ogni Pasqua,
bevono i nostri solchi.

L'ho intrecciata con le mie speranze,
coi miei desideri:
la linfa dei campi, il fuoco del sole,
il lampo del vomere e lo slancio del mio braccio virile,
la preghiera dei miei nipoti.

Madre, benedici questa croce di spighe;
e dona ai miei campi un 'estate d'oro
e una primavera di perle;
più i miei ganai saranno colmi,
più le fiaccole
daranno luce al tuo altare.

Fa', ti prego, che – come nei giorni antichi –
quando di campo in campo verrai
a passeggiare
le spine non sfiorino i tuoi piedi,
ma solo papaveri
frementi come il nostro cuore.

Daniel Varujan

La nube della poesia

Passando in rassegna alcuni vecchi libri di Spresiano, è venuto fra le mani un libretto intitolato "Ricorrenze" di Giuseppe Teso 1865-1946 pubblicato dai suoi nipoti nel primo anniversario della scomparsa, il 26/08/1947. La presentazione fra l'altro recita così: "Ai carissimi amici del nonno, offriamo alcune sue rime, scritte in occasione di ricorrenze, feste familiari, riunioni e gite, in seno alle quali, con la sua inesauribile arguta giovialità , sapeva portare un'ondata di schietto buon umore..."

II volumetto riporta quadretti inediti e simpatici della vita di un paese dal 1918 al 1930, evidenziando fatti e curiosità come un fotografo attento, intelligente e umano con poesie in lingua e nel nostro dialetto (è stato un precursore).

Abbiamo scelto una poesia che ci è parsa significativa per illustrare una realtà del nostro Paese di allora.

Al personal de le fornase
da calsina da Spresian in gita.
(Cav. A. Beltrame & Fratelli Fassa)

Senza passion, senza pensier
La vera vita del fornasier
Noi serca arzento, oro, diamanti,
Noi bada a gioie, geme, brilanti,
De un sasso solo lu se contenta
E da quel sasso cava la poenta
El companasego, casa, vestiario
Insoma quanto ze necessario
E resta ancora libera strada
Par fra spessissimo la bevarada.

Sul sacro Piave se lo vede andar
El Fornasier par sceglier, rincurar
Sti sassi a monti. Co ze pien el caro
Toca la mula, vaca, bò o somaro
E via in fornase a descargar el peso
Dopo pesa ala pesa beninteso.
El dorme el sasso qualche zornadella
Prima ch'el passa sora la graella,
Quando el carelo lo strassina in alto
Lo manda a cusinare con un bel salto.

No ze bruto gnente afato
Quel saltin che lu ga fato
Pararla ch'el fumo nero
Lo sporcasse come el fero
E lu invesse, orca malora
Candidissimo el vien fora.

Ma el miracolo più belo
Nasce in busa o tei mastelo
Acqua freda scalda el sasso
E lo desfa come el glasso.

La storia autentica - del sasso tondo
No ze rivada - gnancora in fondo
Se col sabion - o col cemento
Ti te lo missia - sempre contento,
Se te l'adoperi - pura calsina
ome vien bianca - la to cusina!
Ghe ne fa uso - forte i pitori
Quando i la insembra - co i so colori.
Contro le ruse - vide e moreri
Voi la sbiancada - rose e fruteri.

E ades che son riva a la conclusion
Ghe bevo sora un goto de vin bon
Brindando a la salute dei paroni
Simpatici, gentili, bravi, boni
E insieme a lori viva i dipendenti
Lavoratori, ativi, diligenti!
Viva l'accordo e l'ottima armonia
Viva el Lavoro, Viva el Capital
Evviva Baco, el sugo del Bocal!!!

Spresian - Asolo, 10-9-1924
Giuseppe Teso

Riceviamo & Pubblichiamo

Con la lettura del periodico "In Cammino" n" 5 del 25.12.06, siamo venuti a conoscenza che anche altri esprimono l'esigenza di quanto noi portiamo avanti da dieci anni: "ricercare manifestazioni più significative che ricordino il tempo antico, commemorare avvenimenti notevoli risalenti al passato, recuperare le origini della comunità di Spresiano, raccontare i fatti che ne hanno determinato la crescita sociale e religiosa..." (come citato nel vostro articolo "Passeggiando per la sagra"). In risposta a tale articolo, desideriamo ricordare che il Gruppo AUSER "Incontrarsi per..." è da sempre impegnato nella realizzazione di incontri settimanali di approfondimento storico-culturale del nostro territorio (da ottobre a giugno) e nella ricerca e recupero della memoria collettiva, attraverso il lavoro di gruppo su argomenti scelti di anno in anno dai partecipanti ed esposti nella mostra allestita proprio per la Sagra Paesana. Cogliamo quindi con entusiasmo l'invito a collaborare e portare avanti il discorso, che sentiamo molto vivo e a cui crediamo profondamente. La Sagra potrebbe veramente diventare il momento più aggregante dell'anno, se le varie Associazioni presenti nel territorio fossero più "aperte" e disponibili al dialogo, pur mantenendo le proprie differenze.
Un cordiale saluto

Il presidente del Gruppo AUSER "incontrarsi per..."

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