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  • 2020-06-04 - Vangelo di Giovedì
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  • 2020-06-04 - Commento di Giovedì
    Ascolta! ||| La ricerca dell’essenziale, quando un groviglio di leggi e di leggine ci opprimono e ci confondono, è un desiderio autentico di tutti. Ringraziamo lo scriba, che rivolgendosi a Gesù, gli chiede qual è il primo dei comandamenti. Gesù, in ordine e in successione, traccia una gerarchia di valori essenziali per l’uomo ed indica […]

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IL TEMPO DI ANDARE VERSO LA LUCE E LA VITA

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VITA DI COMUNITA – n. 1852 – 29 marzo 2020 
Quinta Domenica di Quaresima – 
Gv 1,1-45

L’evangelista Giovanni ci propone oggi l’episodio della risurrezione di Lazzaro e ci invita a meditare sull’amore che Dio ha per le sue creature.

Dopo il miracolo della guarigione del cieco nato, Gesù aveva corso il pericolo di essere lapidato. I capi dei Giudei non tolleravano che Lui sconvolgesse i confini tra la vita e la morte e lo ritenevano pericoloso e sovversivo. Non lo sopportavano, perché amava la vita, benediceva la vita e godeva del calore dell’amicizia. Amava stare con i bambini, condivideva le gioie semplici di tutti, aveva il senso della convivialità.

Gesù si era ritirato al Nord, nella più sicura Galilea proprio a causa di questo. Ma alla notizia che il suo amico Lazzaro era morto, Lui volle andare a Betania, chiamato dall’amicizia, a trovare Marta e Maria pur sapendo che lo cercavano e sarà proprio la risurrezione di Lazzaro la goccia che farà traboccare il vaso e segnerà la sua condanna a morte.

Vediamo, ora, come è avvenuto l’incontro tra Gesù e Marta. Il loro dialogo ci fa capire qualcosa di più della morte, ci svela qualcosa di oltre. “Tuo fratello risorgerà” le dice Gesù. E Marta replica con la sua professione di fede: “So che risusciterà all’ultimo giorno”. Allora Gesù si manifesta e dice: “Io sono la risurrezione e la vita”. Poi davanti al suo dolore, mentre si avviava al sepolcro di Lazzaro, si commuove e “scoppia in pianto”.

Possiamo dire che quelle lacrime sono di per sé un grande miracolo, perché ci rivelano che, da un Dio che ama in quella maniera “tanto umana”, c’è da aspettarci di tutto in favore dell’uomo. E al sepolcro Gesù si avvia, non come un essere al di sopra delle debolezze dei comuni mortali, ma “profondamente commosso” ed è soltanto dopo essere stato in comunione con le nostre debolezze che dice: “Togliete la pietra!” e poi il grido: “Lazzaro, vieni fuori”. “E il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti nelle bende…”.

Quel grido imperioso è rivolto, oggi, anche a ciascuno di noi. Cristo non si rassegna ai nostri sepolcri, alle nostre scelte di morte. Lui ci “chiama fuori” dalla prigione in cui ci rinchiudiamo accontentandoci di una vita impoverita di ideali, di slanci, spoglia dei veri valori, dimenticandoci che la vita è un dono della sua amicizia e che va impiegato al meglio, con concretezza. Quella voce ci offre risurrezione e vita e questa promessa merita da parte nostra una risposta di amicizia, anche perché la nostra amicizia con Dio è l’unica cosa che può dare senso alla nostra esistenza.

Allora, quale il messaggio?

E’ ora di vivere e di partecipare alla vita del Risorto. La risurrezione comincia quando decidiamo di lasciarci raggiungere dalla Parola di Gesù e cominciamo a rinunciare alle opere del peccato (egoismo, violenze, pregiudizi, schiavitù dei sensi…), dedichiamoci alle opere della vita (la solidarietà, la carità, la giustizia, la fratellanza, la libertà, la pace…). E come Marta e Maria, cerchiamo anche noi di avere il coraggio di credere che Gesù è la Risurrezione, che Gesù è la nostra vita.


Carissimi,

con la presente si segnala la ripresa del commento al Vangelo della Santa Messa domenicale.

Siamo giunti, come da calendario liturgico, alla quinta domenica di Quaresima e il Signore ci fa ascoltare il miracolo della risurrezione di Lazzaro (Gv 11,1-45). Dobbiamo riconoscere che il racconto di quel miracolo interpreta bene quanto viviamo noi in questo momento di angoscia. Il contagio non presenta per ora segni rilevanti di calo, perciò siamo obbligati a rispettare quanto è stato indicato come prevenzione.
Sono soprattutto tre le condizioni che mi fanno soffrire: l’immobilismo, l’arresto di tutte le attività pastorali, il senso di impotenza che persiste dentro di me. Quest’ultima emozione è determinata da due situazioni.
Da oltre due mesi non posso visitare mia madre ultranovantenne, ospite in una casa di riposo, e da una settimana mio fratello è ricoverato in ospedale con la polmonite. Questo mi fa dire, come detto dal Papa venerdì scorso, che siamo proprio tutti sulla stessa barca. Certo, il Signore è sempre al nostro fianco, ma sembra addormentato. Il sonno lo rende ininfluente. Ci sembra che non voglia intervenire, ridarci la vita, la salute, la tranquillità, come a Lazzaro a suo tempo.
Occorre ricordare però che Gesu con i fratelli di Betania (Marta, Maria e Lazzaro) aveva un rapporto di amicizia intenso. Quando passava di lì, si fermava nella loro casa sicuro di essere accolto, ascoltato, riconosciuto e obbedito. Qui sta la buona notizia. Il Signore piange di fronte nostre “tombe” perché ha perso gli amici. La sua commozione-compassione diventa miracolo perché interviene e riporta alla vita gli amici.
Ma qui occorre che ci poniamo la domanda che fa verità in noi. Siamo consapevoli di essere amici di Dio, anzi figli suoi? Se Si, questa nostra condizione, dono gratuito di Dio Padre, del Figlio Gesu Cristo e dello Spirito Santo, va riconosciuta e onorata. Si deve vivere da Figli di Dio.
Entrando nei dettagli, riconosciamo che Dio Padre, come ogni Padre, desidera comunicare con il proprio figlio che sta in preghiera e ascolto della Parola di Dio. Dio Padre desidera incontrare il proprio figlio e fare strada con lui, tramite la liturgia e i sacramenti, specialmente con l’Eucarestia domenicale.
Infine, Dio padre desidera che i propri figli siano in rapporti fraterni tra di loro: solidarietà, condivisione, partecipazione, comunità, carità. Tutto questo fa di noi dei figli credibili e le nostre invocazioni saranno allora accolte.
Concludo riconoscendo che questo tempo di crisi e di silenzio apparente di Dio, è una provocazione a proiettarci in avanti per ripensare la vita, cosicché diventi bella agli occhi del Signore. Il processo si chiama conversione, riconoscere le nostre infedeltà e, pentiti, di superarle aiutati dallo Spirito Santo e dalla materna intercessione di Maria, che noi di Spresiano ricordiamo come Madonna del Rosario e riconosciamo come nostra patrona.

don Giuseppe


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